ORIENTAMENTO 24/25

LV8 si è presentata fin da subito come una sfida stimolante. Attraverso una dinamica di learning by gaming, ho affrontato una serie di missioni e quiz ambientati in contesti lavorativi e quotidiani simulati. Questo approccio mi ha permesso di sviluppare hard skills legate all’alfabetizzazione digitale, ma il vero valore aggiunto è stato lo sviluppo delle soft skills (le competenze trasversali).
Durante le sessioni sulla piattaforma, ho dovuto allenare costantemente:
Trovare soluzioni rapide ed efficaci a problemi simulati, proprio come accade nel mondo del lavoro.
Analizzare le informazioni digitali, imparando a distinguere i dati rilevanti dalle distrazioni.
Capire i miei punti di forza e i miei limiti, livello dopo livello, per poter migliorare le mie performance.
L’ottenimento dei badge digitali al termine del percorso non è stato solo un traguardo formale, ma la certificazione tangibile di una crescita personale e della mia capacità di adattamento alle nuove tecnologie. Considero l’esperienza con LV8 un pilastro fondamentale del mio percorso di orientamento. Questa piattaforma mi ha aiutato a capire che l’apprendimento non si esaurisce tra i banchi di scuola, ma continua attraverso gli strumenti digitali che utilizziamo ogni giorno.
Lascio questa esperienza con una maggiore consapevolezza delle mie capacità e con una mente più aperta e flessibile. LV8 mi ha fornito una “cassetta degli attrezzi” di competenze trasversali che so mi saranno indispensabili sia per affrontare l’ultimo anno di scuola superiore, sia per navigare con sicurezza nel mio futuro percorso universitario e professionale.

ORIENTAMENTO 25/26

Comprende il percorso con le ultime 5 ore dedicate al “Fascination of Plants Day” presso l’Università degli Studi di Salerno (Unisa). Questa giornata mi ha letteralmente affascinato, mostrandomi il lato più innovativo e vitale delle scienze vegetali e della sostenibilità, completando idealmente il cerchio della mia formazione biologica e ambientale. Considero questa attività il vero fulcro del mio quarto anno, poiché ha rappresentato il momento di passaggio in cui le riflessioni astratte sul mio futuro si sono trasformate in un’esperienza concreta, visiva e profondamente formativa. Orientarsi, per me, non ha significato semplicemente scegliere una facoltà, ma iniziare a capire quale posto desidero occupare nella società di domani.
Partecipare alle giornate di orientamento dell’Università degli Studi di Salerno mi ha permesso di fare un salto in avanti nel tempo. Ricordo l’impatto iniziale: l’energia del Campus di Fisciano, l’organizzazione degli spazi, la vastità delle aule e la quantità di studenti che si muovevano con autonomia. Questa atmosfera ha scardinato l’idea che avevo dell’università, trasformandola da “scuola più grande” a “luogo di infinite possibilità”. Questa esperienza ha segnato il momento esatto in cui il mio futuro ha smesso di essere un’incognita astratta per diventare un progetto concreto. Non si è trattato di una semplice raccolta di informazioni, ma di una vera e propria prova generale del mio domani.
L’impatto con il Campus, il dialogo con i docenti e il confronto con gli studenti universitari mi hanno privato delle insicurezze tipiche di questa fase scolastica, trasmettendomi invece una forte motivazione. Oggi guardo all’ultimo anno di scuola superiore e al successivo percorso accademico con una consapevolezza nuova: so che la scelta dell’università non sarà frutto del caso, ma il risultato di un percorso di riflessione autonomo, maturo e informato. Torno sui banchi di scuola non solo per concludere un ciclo di studi, ma con la consapevolezza di avere in mano la bussola per iniziare il prossimo.

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PCTO 24/25

Nel descrivere il mio “Capolavoro” per l’anno scolastico 24/25, ho voluto racchiudere un percorso di scoperta e crescita che va ben oltre le mura della classe, unendo lo studio teorico a concrete esperienze di PCTO che ha ridefinito la mia visione del futuro.
Il pilastro centrale di questo percorso è stato il progetto di PCTO “Scuola con curvatura biomedica”. Attraverso le 18 ore di incontri formativi direttamente presso l’Ordine dei Medici, ho avuto l’opportunità unica di entrare in contatto con il mondo della medicina, della biologia e delle professioni sanitarie. Questa esperienza non è stata solo un approfondimento scientifico o laboratoriale, ma un vero e proprio esercizio di osservazione e spirito critico. Ascoltare i professionisti del settore mi ha permesso di capire cosa significhi davvero “indossare il camice”: la responsabilità, l’etica e la dedizione necessaria.
A completare questa visione d’insieme ha contribuito anche la gita effettuata al di fuori della curvatura biomedica, un momento che mi ha permesso di staccare dalla specificità del percorso scientifico per aprire lo sguardo verso altri contesti, arricchendo il mio bagaglio culturale e personale in modo trasversale.

GITA 24/25

E’ stata la gita d’istruzione in Toscana nel marzo 2025, un’esperienza che ha rappresentato il perfetto contrappeso culturale e umanistico ai miei studi scientifici.
Avendo come base logistica la città termale di Montecatini, dove alloggiavamo, abbiamo intrapreso un viaggio itinerante nel cuore del Rinascimento e della storia italiana, visitando tre delle città più iconiche della regione: Pisa, Siena e Firenze.

  • Pisa e Siena: La prima ci ha accolto con la maestosità di Piazza dei Miracoli, dove l’architettura sfida la gravità e la storia si respira in ogni angolo. La seconda, Siena, mi ha affascinato per la sua struttura medievale intatta, la grandezza di Piazza del Campo e il forte senso di identità e tradizione che ancora oggi unisce la sua comunità.
  • Firenze: Il fulcro del viaggio è stato il capoluogo toscano. Camminare tra i monumenti di Firenze, ammirare la cupola del Brunelleschi, i dettagli di Piazza della Signoria e la bellezza senza tempo che caratterizza la città ha significato immergersi nella culla dell’umanesimo.

Questa gita non è stata solo un momento di svago e di fondamentale socializzazione con i compagni dopo i mesi di intenso studio. È stata un’esperienza di orientamento culturale che mi ha aiutato a sviluppare una visione più ampia e trasversale. Mi ha ricordato l’importanza della bellezza, dell’arte e della storia, dimostrandomi che la formazione di uno studente deve sempre saper unire la precisione della scienza, alla sensibilità e alla meraviglia della cultura umanistica.

PCTO 25/26

Nel presentare il mio “Capolavoro” per l’anno scolastico 25/26, ho voluto racchiudere un percorso di PCTO straordinariamente ricco, che ha stimolato la mia passione per la scienza e ridefinito i miei obiettivi personali e professionali. Quest’anno la mia formazione si è sviluppata lungo tre direttrici fondamentali, capaci di connettere la biologia, la medicina e la ricerca scientifica.
Il primo pilastro è stato il percorso biomedico in collaborazione con la Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, focalizzato su “Il ruolo dei microrganismi per la produzione degli alimenti e il loro impatto umano”. Questa esperienza mi ha permesso di capire che la salute umana e la medicina non si limitano alla cura della malattia, ma partono dalla prevenzione e da ciò che introduciamo nel nostro organismo. Studiare da vicino l’universo invisibile dei microrganismi e il loro legame profondo con la nostra nutrizione e il nostro benessere ha ampliato i miei orizzonti scientifici, facendomi toccare con mano la complessità della ricerca biotecnologica e agroalimentare.
Il secondo momento di grande impatto emotivo e formativo è stato rappresentato dai tre incontri presso l’Ordine dei Medici. Dialogare con i professionisti della sanità mi ha permesso di comprendere l’aspetto più umano e deontologico di questa professione. In particolare, l’ultimo incontro, incentrato sul Giuramento di Ippocrate, è stato per me profondamente ispiratore. Mi ha mostrato la responsabilità etica, l’empatia e l’impegno morale che guidano l’agire medico, trasformando una passione teorica per la scienza in una consapevolezza matura di cosa significhi mettersi al servizio della vita altrui.

PCTO 25/26

Questo percorso di PCTO e orientamento è stato il mio vero Capolavoro perché ha saputo unire la teoria dei libri di scuola alla realtà dei laboratori universitari e della professione medica. Torno in classe con una bussola molto più precisa per il mio domani, una forte vocazione per le discipline biomediche e la certezza che la scienza sia lo strumento più potente che abbiamo per prenderci cura del mondo e delle persone.

GIURAMENTO DI IPPOCRATE

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L’AMORE

Oltre le definizioni banali,
quando si pensa al “capolavoro”, l’istinto ci porta a cercare qualcosa di visibile, un progetto finito, un traguardo materiale. Io ho voluto scegliere di mettere al centro di questo momento un concetto che spesso diamo per scontato, ma che in realtà è il motore invisibile di ogni nostra giornata: l’amore. Ma non l’amore delle canzoni commerciali o delle storie idealizzate. Vorrei parlarvi dell’amore “bello”, quello vero, quello che trasforma le persone.
Oggi siamo sommersi da parole, connessioni e immagini, eppure a volte sembra difficile dare un senso profondo a ciò che proviamo. L’amore bello non è un’emozione passeggera, non è una scintilla che si spegne al primo ostacolo. È, prima di tutto, una forza che crea ponti, che abbatte i muri dell’egoismo e ci costringe a guardare oltre noi stessi.
L’amore è libertà e non possesso, se dovessi trovare una caratteristica fondamentale dell’amore bello, direi che è la libertà. Troppo spesso confondiamo l’amore con il bisogno, con il possesso, con l’idea che l’altro debba colmare i nostri vuoti o corrispondere esattamente alle nostre aspettative. L’amore bello fa l’esatto contrario: non stringe le manette, ma spalanca le gabbie.
Amare qualcuno, che sia un partner, un amico, un familiare, o anche un’idea, un progetto di vita, significa desiderare la sua felicità e la sua realizzazione anche quando questa non coincide con la nostra. Significa dire all’altro: “Ti voglio bene per quello che sei, non per come io vorrei che tu fossi”. È la capacità di camminare fianco a fianco, alla stessa velocità, mantenendo ognuno la propria identità e la propria unicità. Non diventiamo una cosa sola annullandoci; diventiamo due realtà che scelgono di condividere lo stesso viaggio.
C’è un aspetto dell’amore bello che fa paura, ed è la vulnerabilità. Amare significa abbassare le difese. Significa dare a qualcun altro il potere di ferirci, ma avere la fiducia che non lo farà. Nel mondo di oggi ci viene spesso insegnato a essere forti, a mostrare solo i nostri lati migliori, i nostri successi.
L’amore bello, invece, è quel luogo sicuro in cui possiamo toglierci la maschera. È dove possiamo dire “ho paura”, “ho fallito”, “oggi non ce la faccio”, sapendo che non verremo giudicati, ma accolti. In questo senso, l’amore non è debolezza, è il coraggio più grande che un essere umano possa dimostrare. L’amore ci insegna anche la compassione verso le nostre fragilità. Ci insegna che crescere non significa essere perfetti, ma imparare ad accettarsi e, da quell’accettazione, trovare la forza di migliorare.
Ho scelto l’amore come capolavoro perché sono convinta che tutta la conoscenza che accumuliamo tra i banchi di scuola, tutti i libri che leggiamo e le nozioni che impariamo, non abbiano alcun valore se non impariamo a declinarli attraverso l’empatia e la cura per gli altri.
Il vero capolavoro di questo anno non è un voto sulla pagella, ma è la persona che stiamo diventando, la qualità delle relazioni che sappiamo costruire e la capacità di lasciare un segno positivo nella vita di chi ci circonda. L’amore è un’arte che si impara ogni giorno, sbagliando e riprovandoci, ed è l’unica opera d’arte che valga davvero la pena di lasciare al mondo.

Il mio capolavoro è incentrato sul tema dell’Amore, ed ho scelto di collegarmi ad Alessandro Manzoni. Perché proprio in un fatto biografico si nasconde una delle più grandi dinamiche psicologiche e sentimentali della nostra letteratura.
Dobbiamo fare un salto temporale al 2 aprile 1810, a Parigi. La città è in festa, si celebra il sontuoso matrimonio imperiale tra Napoleone Bonaparte e Maria Luisa d’Austria. Tra la folla oceanica e i palazzi illuminati, c’è anche un giovane Manzoni insieme alla moglie, Enrichetta Blondel, sposata solo due anni prima.
Improvvisamente, a causa della calca e forse dello scoppio di alcuni fuochi d’artificio, si scatena il caos. Nella fiumana di gente, accade l’imprevisto: Manzoni perde di vista Enrichetta.
Qui l’amore si manifesta nella sua forma più drammatica, non come idillio, ma come necessità vitale e totale dipendenza emotiva. La paura viscerale di aver perso la donna amata provoca in Manzoni un vero e proprio shock psicologico, scatenando una gravissima crisi di agorafobia e un attacco di panico invalidante. Privato del suo punto di riferimento affettivo, Manzoni si sente letteralmente frammentato, a dimostrazione di come l’amore non sia un semplice contorno della nostra vita, ma la forza che tiene insieme la nostra stessa identità.
Cercando disperatamente un rifugio dal caos esterno e interno, Manzoni entra nella chiesa di San Rocco. È qui che avviene il cosiddetto ‘miracolo’, in quel momento di solitudine e terrore, la ricerca angosciosa dell’amore terreno si trasforma in un’illuminazione spirituale. Manzoni, fino a quel momento agnostico e razionalista, sperimenta una conversione fulminea. Quando esce sul sagrato, ritrova Enrichetta.
Questo episodio è fondamentale per comprendere la sua intera produzione successiva. Da un lato, possiamo analizzare l’evento da un punto di vista letterario: per Manzoni l’amore umano, pur essendo fortissimo, si rivela fragile, precario e costantemente minacciato dal caos della Storia. Per questo, l’amore per Enrichetta diventa il ponte per cercare un Amore più alto, assoluto e salvifico, quello divino e della Provvidenza.

Questo aneddoto parigino ci mostra come l’amore sia il vero motore del cambiamento umano, una forza capace di scuotere la mente, ridefinire la nostra psicologia e, nel caso di Manzoni, trasformare un uomo spaventato nel più grande scrittore del nostro Ottocento.

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